Queste FAQ (domande poste sovente) mi sono state chieste da Valerio Evangelisti mediante un’email dall’eloquente oggetto «Il signoraggio è una stronzata». Voleva pubblicare qualcosa di forte su Carmilla per contrastare la penetrazione nella sinistra delle assurde teorie complottiste sul signoraggio bancario.

Le ho scritte assieme a Luca Lombardi che è molto competente sul tema e sono in effetti state pubblicate su Carmilla e riprese da diversi altri siti. A scanso di equivoci, colgo l’occasione per segnalare che il compagno Luca Lombardi che ha scritto con me queste FAQ non è il prof. Luca Lombardi della Facoltà di Ingegneria di Pavia, con cui ho collaborato anni fa da studente universitario. Io d’altronde non sono né un architetto svizzero né un calciatore del varesotto. Si tratta in tutti quei casi di semplici omonimie.


È vero quello che ho letto sul signoraggio?

Probabilmente no. Questo è un tema su cui si fa molta disinformazione; le fonti di questa disinformazione sono gruppi fascisti o rossobruni (cioè fascisti camuffati da comunisti), teorici del complotto e moltissima gente in buona fede che si è convinta che queste teorie spieghino come le banche e il capitalismo ci schiavizzino. Chiameremo quelli che diffondono bufale sul signoraggio “signoraggisti”.

Le banche e il capitalismo ci schiavizzano?

Sì. Ma la teoria del signoraggio non ci aiuta a capire come, né come fare a rompere questa schiavitù.

Che cos’è il signoraggio?

Il signoraggio è il guadagno realizzato dall’emissione di moneta. Se l’emissione di moneta ha un costo (per esempio, nel caso delle monete metalliche, il costo del metallo e i costi di funzionamento della zecca), il signoraggio è la differenza tra il valore nominale della moneta e il suo costo di produzione.

Chi ci guadagna dal signoraggio?

Lo Stato o la banca centrale, a seconda dei casi. Anche quando a guadagnarci è la banca centrale, gran parte o la totalità degli utili della banca vanno comunque per legge allo Stato.

Chi ci perde dal signoraggio?

Tutti quelli che posseggono denaro denominato nella valuta che viene emessa, perché si svaluta — ovvero, si alzano i prezzi e peggiora il cambio con valute straniere.

Perché non è direttamente lo Stato a battere moneta?

A dire il vero, in alcuni casi è direttamente lo Stato a battere moneta. Nelle economie capitalistiche più sviluppate, tuttavia, si è introdotto il concetto di “autonomia della banca centrale”, per cui non è il governo a poter decidere l’emissione di nuova moneta, bensì la banca centrale, i cui organismi dirigenti sono scelti con procedimenti che cambiano da Paese a Paese, in genere congegnati in modo che il controllo democratico sia molto indiretto. Questa operazione viene giustificata chiamando in causa il rischio che un singolo capo di governo in difficoltà di budget o sotto elezioni stampi irresponsabilmente moneta per finanziare la spesa pubblica col signoraggio, provocando iperinflazione.

Come funziona oggi la produzione di nuova moneta?

Poche persone in Italia tengono i loro soldi in contanti sotto il materasso. Probabilmente, chi legge queste FAQ ha la gran parte dei propri soldi sotto forma di depositi in un conto corrente.
Ai giorni nostri, per aumentare il denaro in circolazione le banche centrali accreditano i conti che le banche commerciali hanno presso di loro. Le condizioni a cui lo fanno (tassi, garanzie ecc.) regolano le condizioni di liquidità del sistema economico.
Il circolante effettivo, ossia le banconote, è ormai una proporzione minuscola del denaro esistente nell’economia e potrebbe anche sparire e tutte le transazioni economiche avvenire con assegni, giroconti, e carte di credito: il signoraggio ci sarebbe lo stesso.

Capita spesso che le banche centrali acquistino titoli di Stato?

Le banche centrali acquistano titoli di Stato in cambio di moneta (depositata nei conti correnti delle banche) creando così nuovo denaro. Con la crisi, queste operazioni hanno assunto dimensioni colossali: in due mesi la BCE ha dato mille miliardi di euro alle banche e quantità simili sono date da anni dalla Federal Reserve (la banca centrale statunitense) per cercare di calmare “i mercati”, ossia le grandi banche che dominano l’economia mondiale.
Queste operazioni di dimensioni e caratteristiche eccezionali sono state definite di quantitative easing nel Regno Unito e negli Stati Uniti.
Anche la BCE ha realizzato operazioni simili chiamate Long-Term Refinancing Operation (LTRO). Si tratta di prestiti dalla BCE alle banche ad un tasso bassissimo (1%) e con un termine lunghissimo (3 anni) chiedendo in pegno titoli di Stato. Se dopo 3 anni le banche non riusciranno a ripagare il prestito, la BCE si terrà i titoli e le banche si terranno i soldi; è più o meno come dire che la BCE ha comprato i titoli, a condizioni molto svantaggiose, dalle banche private.

Le banche centrali si arricchiscono ai danni del popolo battendo moneta?

Prima dell’unione monetaria, in Italia il signoraggio era una voce importante nelle entrate (e non certo nelle spese!) dello Stato: dal 1975 al 1985 ha costituito il 28% delle fonti di finanziamento pubblico.
Con l’aumentata finanziarizzazione dell’economia, il ricorso al signoraggio si è ridotto. Paradossalmente, quanto più le grandi banche dominano l’economia mondiale, tanto meno pesa il signoraggio. Sono ben altri i canali con cui le banche si arricchiscono e nulla hanno a che vedere con lo stampare la carta moneta, un metodo vetusto di guadagnare che sta ai profitti delle banche di oggi come una lancia a un missile a testata nucleare.

Le banche centrali impediscono al popolo di arricchirsi perché non gli lasciano battere moneta?

Nella propaganda dei signoraggisti non è molto chiaro se il problema sia che si batte troppa moneta o che se ne batte troppo poca. Ci tocca quindi rispondere a due obiezioni opposte.
Pensare che la soluzione ai problemi economici sia battere moneta è puerile. La ricchezza di un Paese è il frutto del lavoro umano e della scienza applicata alle sue risorse naturali. Questa ricchezza viene distribuita tra le classi sociali o trasformata in capitale (quindi “investimenti”) usando la moneta come strumento di circolazione. Aumentare la moneta non può aumentare la ricchezza di una nazione così come trasformare i metri in pollici non aumenta l’altezza di una persona. Semmai, nei periodi di forte inflazione, c’è un enorme trasferimento di ricchezza dai lavoratori e dai pensionati, che hanno redditi fissi, ai capitalisti (banche, industriali, Stato). Perciò il signoraggio è anche chiamata “tassa sull’inflazione”. Anche per questo motivo sarebbe importante ripristinare una scala mobile dei salari, in modo che il reddito dei lavoratori si adegui alla crescita dei prezzi.
Questo non significa che la deflazione sia una politica che favorisca i lavoratori. Al contrario è usata per tagliare i salari, lo stato sociale, i diritti. Il punto non è dunque quanta moneta circola ma chi decide la politica economica e nell’interesse di quali classi sociali. I lavoratori italiani si ricordano bene come le loro condizioni di vita e di lavoro siano state messe sotto attacco sia nei periodi di alta inflazione come i primi anni Ottanta, sia nei periodi di lotta all’inflazione come gli anni Novanta.

Le banche centrali usano il signoraggio per indebitarci?

Il signoraggio è una delle tante entrate dello Stato e dunque come ogni entrata pubblica serve alle finalità della classe sociale che controlla lo Stato. Lo stesso vale quando gli introiti del signoraggio passano per le banche centrali, dato che, come si è visto, finiscono alla fine allo Stato.
Prima dell’euro (o se un domani l’Italia uscirà dall’euro), la Banca d’Italia poteva usare le lire per comprare titoli di Stato favorendone così il collocamento e riducendone il costo. Di per sé questo meccanismo non è negativo. Ora per la BCE la cosa è più difficile poiché rappresenta Stati diversi, e le è vietato per legge di comprare direttamente titoli di Stato.

OK, la banca centrale fa un favore allo Stato togliendo dal mercato i suoi titoli, ma non fa comunque un favore anche a chi deteneva quei titoli?

Consideriamo come funziona il meccanismo di assegnamento dei titoli di Stato. Lo Stato vende i titoli di Stato sul mercato primario (cioè soprattutto a banche e altri enti finanziari) attraverso un’asta. Chi opera su questo mercato può tenersi questi titoli oppure rivenderli sul mercato secondario. La BCE ogni tanto compra titoli di Stato sul mercato secondario. Qualcuno (per esempio Paolo Ferrero di Rifondazione Comunista) ha proposto che li compri nel mercato primario in modo da fissarne il tasso come fanno altre banche centrali e come ha fatto di recente la Bundesbank, seppure ciò sarebbe formalmente vietato.
In tutto ciò, i legami tra banche centrali e grandi banche private vanno assolutamente oltre il signoraggio. Per esempio, anche se nell’area dell’euro circolasse solo oro, posto che ne esista a a sufficienza al mondo, ciò non impedirebbe alle banche di fare affari d’oro (è il caso di dire), vendendo titoli alla BCE all’1% come sta facendo in questi mesi; anzi, sarebbe peggio perché la BCE dovrebbe pure procurarsi l’oro a spese dei contribuenti.

Le banche centrali sono private?

Le banche centrali sono di solito società di diritto pubblico o regolate dallo Stato, spesso (come la Banca d’Inghilterra) di proprietà statale, talvolta di proprietà privata, come la Banca d’Italia.
La Banca d’Italia è una società per azioni posseduta al 94% da banche e compagnie assicurative private; la quota restante è di proprietà dell’INPS e dell’INAIL. Tuttavia, è un istituto di diritto pubblico che non funziona affatto come un’impresa privata. In particolare, la distribuzione degli utili è strettamente regolata dal suo Statuto in modo che i guadagni restino quasi integralmente nelle riserve della banca o vadano allo Stato. Inoltre gli azionisti non decidono nulla e sono solo spettatori passivi di ciò che decide la Banca. Gli azionisti non ricevono alcun beneficio da questa partecipazione. Non a caso, il 10 maggio del 2011 Corrado Passera, allora amministratore delegato di Intesa-Sanpaolo (maggiore azionista della Banca d’Italia) ha dichiarato esplicitamente all’assemblea dei suoi azionisti: “Sarebbe meglio venderla? Certo. A cosa serve detenerla? Niente, anzi ci costa pure”.

Però i banchieri, inclusi quelli della Banca d’Italia, fanno solo i loro interessi. Non sarebbe giusto nazionalizzare Bankitalia?

L’assetto proprietario della Banca d’Italia ha ragioni storiche: tutte le banche centrali si sono evolute da precedenti banche private; in Italia fino al 1926 altre due banche avevano il diritto di emettere moneta (convertibile in oro), e solo nel 1936 il fascismo l’ha ufficialmente trasformata in un ente di diritto pubblico. Dal 1999 lo Stato è in trattativa con gli azionisti di Bankitalia per arrivare alla sua nazionalizzazione formale. Visto che lo Stato italiano è controllato dal grande capitale industriale e finanziario e visto che Bankitalia è già nei fatti un istituto pubblico, questa nazionalizzazione formale non avrebbe nessun impatto. Infatti non c’è nessuna differenza tra la banca centrale italiana e quella di paesi in cui è formalmente pubblica.
Una “vera” nazionalizzazione della Banca d’Italia e la sua soggezione al controllo “del popolo”, rivendicate dai signoraggisti, non è certo qualcosa che possa fare un meet-up di Beppe Grillo con una raccolta firme su una proposta di legge. Si tratta di una rivendicazione giusta che però può essere portata avanti solo da un forte movimento di lotta di classe. Come ogni istituzione borghese, la Banca d’Italia non risponde al popolo ma ai ricchi. Finché i ricchi comanderanno, decideranno anche che cosa fanno le banche centrali.
Ovviamente, se una rivoluzione cambiasse il carattere del potere politico nel nostro Paese, la politica portata avanti dalla Banca d’Italia cambierebbe radicalmente come d’altronde è successo in tutti i processi di profonda trasformazione sociale (cfr. le riforme costituzionali in Venezuela che si proponevano di abolire la cosiddetta “autonomia” della banca centrale).
Il problema non è tanto far passare la banca centrale nelle mani dello Stato, il problema è far passare lo Stato nelle mani dei lavoratori.

Quanto guadagnano le banche private azioniste della Banca d’Italia grazie al signoraggio?

Da quando esiste l’euro, la Banca d’Italia riceve una quota dei profitti della Banca Centrale Europea pari alla sua partecipazione al capitale della BCE. Questa quota corrisponde ad 1/8 degli utili distribuiti dalla BCE tra tutte le banche centrali della zona euro.
Una parte degli utili della BCE sono redditi da signoraggio, relativi all’8% delle banconote poste in circolazione (il 92% è invece suddiviso tra le varie banche centrali nazionali) e alle operazioni del Securities Market Programme. Gli utili restanti sono normali rendite finanziarie dovute alle operazioni che la Banca Centrale Europea fa sul mercato come qualsiasi altra banca. Nel 2010 la BCE ha trattenuto tutti i suoi redditi da signoraggio, ma ha comunque distribuito gli altri utili; alla Banca d’Italia sono spettati 263 milioni. Come si vede, la BCE non si basa solo sul signoraggio per arricchirsi.
Anche la Banca d’Italia però ha la sua quota diretta di signoraggio sugli euro (la sua frazione del 92% delle banconote circolanti in Europa), che va a bilancio nel “risultato netto della redistribuzione del reddito monetario”. Nel 2010 questa voce valeva 613 milioni, che in un modo o nell’altro derivavano dal signoraggio e dalle operazioni di politica monetaria. A questa voce vanno aggiunti gli altri introiti di Bankitalia, per arrivare ad un totale di 1777 milioni: la maggior parte degli utili della Banca d’Italia non dipendono dai suoi “superpoteri” monetari. Vediamo come sono stati suddivisi:
Risultato 2010 prima delle imposte: 1777 milioni (va in tasse e utile netto)
Tasse: 925 milioni (vanno allo Stato)
Utile netto: 852 milioni (va allo Stato, alle banche e alle riserve)
Utile che va allo Stato: 511 milioni
Utile che va alle banche: 62 milioni
Utile che va alle riserve 341 milioni
Quindi, dei 1777 milioni, più di 1400 sono andati allo Stato direttamente, più di 300 restano nelle riserve, solo le briciole (62 milioni) vanno alle banche private. Ecco perché Passera voleva liberarsi delle azioni di Bankitalia…

Stai dicendo che in buona sostanza il reddito da signoraggio finisce già oggi nelle mani dello Stato?

Già. I signoraggisti “lottano” per ottenere una cosa che abbiamo già.

Quindi le banche private italiane nel 2010 hanno guadagnato 62 milioni di euro grazie al signoraggio?

No, 62 milioni di euro è il guadagno complessivo dei soci privati della Banca d’Italia nel 2010. Come abbiamo visto, la maggior parte dei guadagni di Bankitalia non dipendono affatto dal signoraggio.

62 milioni di euro non è comunque un bel po’? E poi è una questione di principio, non sarebbe meglio tenerceli noi quei soldi?

62 milioni di euro sono una cifra ridicola! Si tratta di circa un euro all’anno per ogni persona che abita in Italia; per le banche, è una miseria. La maggior parte di quell’euro pro capite non dipende neppure dal signoraggio.
Banca Intesa-Sanpaolo nel 2010 ha fatto 2,7 miliardi di euro di utile netto: quello è un bel po’. Lasciamo ai signoraggisti le battaglie di principio per farci restituire 40 centesimi all’anno a testa e facciamo invece una battaglia vera per farci restituire quei miliardi.

Ma i guadagni “normali” delle banche private sono legittimi, mentre il signoraggio è una truffa. Non potremmo trovare il modo di farci restituire almeno il signoraggio?

Il reddito da signoraggio è legittimo, come è stato concluso definitivamente da una sentenza della Cassazione a corti unite del 22 giugno 2006.
Le banche private azioniste di Bankitalia nella logica dell’economia di mercato hanno il diritto di rivendicare una quota dei dividendi della Banca d’Italia; i privilegi attribuiti dallo Stato a Bankitalia sono ampiamente compensati dai doveri speciali a cui Bankitalia deve sottostare (il versamento di quasi tutti i suoi utili allo Stato).
Quindi non c’è differenza legale tra i pochi milioni guadagnati dalle banche private italiane col signoraggio e i molti miliardi che guadagnano in tutti gli altri modi. La vera questione, che il signoraggismo nasconde, è il ruolo del capitale finanziario nel capitalismo. Non è una questione che si possa risolvere in tribunale.
Come mai esiste la rendita finanziaria, ovvero: come mai se una banca presta 1 milione un anno dopo riesce ad avere indietro 1 milione e 100 mila euro? Da dove vengono quei centomila euro?
Alla base di questo meccanismo non c’è una qualità particolare del denaro. Di per sé i soldi non generano magicamente altri soldi. Il motivo per cui esiste l’interesse è perché esiste il profitto: per esempio, l’imprenditore a cui la banca ha prestato un milione, dopo aver pagato le materie prime e l’affitto dei terreni mezzo milione, con l’altro mezzo milione avrà fatto lavorare i suoi operai tutto l’anno per trasformare le materie prime in prodotti. Poniamo che riesca a vendere questi prodotti a 1 milione e 150mila euro. 1 milione e 100mila euro li restituisce alla banca (capitale + interessi), altri 50mila euro se li tiene lui. Chi ha creato i 100mila euro di rendita della banca e i 50mila euro di profitto del capitalista? La forza lavoro degli operai, che anche se è costata solo 500mila euro ha creato un valore aggiunto di 650mila euro.
Ciò che permette alle banche di guadagnare, solo prestando denaro è il fatto che chi detiene il capitale si appropria del plusvalore estratto dai lavoratori salariati. Col credito, le banche forniscono il capitale necessario a sfruttare il lavoro in ogni occasione disponibile. Al tempo stesso, con spericolate operazioni finanziarie scommettono sull’efficacia di ogni possibile investimento. In questo modo ridistribuiscono il plusvalore tra le varie componenti della classe dominante, ma senza lavoro produttivo non ci sarebbe nulla da redistribuire.
Invece di contrapporre le banche cattive ai buoni e “produttivi” capitalisti, bisogna comprendere come interesse finanziario, profitto industriale e rendita fondiaria sono tre aspetti dello sfruttamento del lavoro umano. Smontare “da sinistra” la bufala del signoraggio vuol dire smettere di fissarsi sul meccanismo secondario dell’emissione di denaro, per concentrare la nostra attenzione sul meccanismo centrale che permette alle banche di parassitare la società in simbiosi con il grande capitale industriale e con gli speculatori immobiliari.

La moneta di popolo è una buona soluzione per la crisi finanziaria?

Alcuni gruppi fascisti, per esempio Forza Nuova, parlano di “moneta di popolo” e la collegano alla lotta contro il signoraggio. Si tratterebbe di una valuta locale, accettata volontariamente “sulla fiducia” come forma di pagamento dai negozi di una certa zona. Questa valuta, non essendo emessa da una banca centrale, non garantirebbe redditi da signoraggio alla Banca d’Italia o alla BCE.
La cosa buffa è che chi fa questa proposta non si rende conto che l’attuale valuta ufficiale si è evoluta precisamente a partire da monete fiduciarie a valore locale. Se una valuta locale prende piede, l’ente che la emette ha un reddito da signoraggio esattamente come la BCE con gli euro o la Banca d’Inghilterra con le sterline. Se tutti accettassero la “moneta di popolo” emessa da Forza Nuova, la zecca privata di Forza Nuova potrebbe stamparne una quantità arbitraria e arricchirsi col reddito da signoraggio. Per fortuna solo dei fascisti sarebbero tanto stupidi da vendere qualcosa a Forza Nuova accettando di essere pagati coi soldi del Monopoli.
Queste idee provengono da un certo Giacinto Auriti, professore a Teramo (ma non di Economia), scomparso nel 2006. Auriti è descritto dai siti signoraggisti e di estrema destra come una specie di “genio incompreso” della scienza economica. Si trattava semplicemente di un ciarlatano.

Giacinto Auriti ha dimostrato nella pratica la fattibilità della moneta di popolo?

Proprio il contrario.
Nel 2000 Auriti tentò di far partire una “moneta di popolo” a Guardiagrele in provincia di Chieti; questa moneta sperimentale si chiamava SIMEC. Come già spiegato, chi emette moneta può riscuotere un reddito da signoraggio, cioè la differenza tra il valore intrinseco della moneta e il valore che le viene attribuito.
Per convincere la gente di Guardiagrele ad utilizzare il SIMEC, Auriti vendeva 1 SIMEC al cambio di 1 lira, ma prometteva di riacquistare 1 SIMEC al prezzo di 2 lire. Quindi il valore intrinseco del SIMEC (costo di emissione) era 2 lire, il valore attribuito era 1 lira: il signoraggio in questo caso era negativo, pari a -1 lira per ogni SIMEC.
A queste condizioni, era facile convincere molte persone a comprare SIMEC. Comprando un milione di SIMEC si potevano guadagnare istantaneamente due milioni di lire! È abbastanza ovvio che un sistema del genere non è sostenibile; fortunatamente per Auriti, prima di andare in rovina con questo schema Ponzi al contrario l’economista della domenica venne fermato dalla Guardia di Finanza che sequestrò i SIMEC e la “zecca” (ovviamente i complottisti credono che l’esperimento sia stato fermato perché “troppo rivoluzionario”).
Come questo possa dimostrare l’efficacia della moneta di popolo, non è dato sapere.

Gli altri casi di “moneta locale” non dimostrano la fattibilità dell’idea?

Sì, l’idea, che non ha niente di rivoluzionario, è fattibile e d’altronde è all’origine di tutti i sistemi monetari odierni. Bisogna però ancora dimostrare che sia utile.
Ci sono decine di monete alternative o complementari utilizzate su scala locale in tutto il mondo. Un esempio è la sterlina di Brixton, B£. Una sterlina di Brixton può essere scambiata con una normale sterlina britannica e viceversa. Questo significa che il signoraggio è nullo, come per qualsiasi moneta a cambio fisso; quando l’Argentina aveva la sua moneta nazionale, il peso, agganciato al dollaro, non guadagnava più reddito da signoraggio, perché ogni peso emesso doveva essere convertibile col dollaro. Il reddito da signoraggio andava tutto alla Federal Reserve, così come il reddito da signoraggio per ogni sterlina di Brixton in circolazione è andato tutto — indirettamente — alla Banca d’Inghilterra. Durante la crisi argentina esisteva tutta una serie di valute locali, come il Patacon emesso dalla provincia di Buenos Aires, agganciate al peso che a sua volta era agganciato al dollaro; anche queste monete “alternative” in ultima istanza si fondavano sulla convertibilità in dollari e sulla fiducia che riponevano i consumatori nell’ente emissore. Fiducia mal riposta: sia il Patacon sia il peso convertibile sono finiti molto male, come è noto.
Qual è la funzione della sterlina di Brixton? Lo dicono gli stessi organizzatori dell’iniziativa: aiutare l’economia locale facendo in modo che “la ricchezza di Brixton resti a Brixton” (e blaterano anche qualcosa sulla “economia a km zero” per darsi arie da ecologisti). Non si vede nulla di anticapitalista o di rivoluzionario in questi propositi “leghisti”.
La Lega Nord in effetti qualche volta ha giocherellato con l’idea di una “lira padana”. Cosa succederebbe se la zecca leghista di Brixton abbandonasse la convertibilità con la sterlina di “Londra ladrona”? Diventerebbe un’altra moneta, con un cambio fluttuante rispetto alla sterlina britannica. L’ente che emette la sterlina di Brixton potrebbe raccogliere reddito da signoraggio stampando B£ senza ritegno. Perché sarebbe meglio che questo reddito da signoraggio andasse a Brixton invece che a Londra?
Prima della Rivoluzione Francese c’erano migliaia di valute diverse in Europa, e ciascun signorotto feudale poteva avanzare i suoi diritti di signoraggio, per l’appunto. Solo un reazionario estremo potrebbe avere nostalgia di quel tipo di società. Ma soprattutto, è da quella società che è nata questa. Forse bisognerebbe guardare avanti invece che indietro.

La spiegazione di fondo magari è diversa, ma la soluzione marxista al problema non è comunque la stessa dei signoraggisti, ovvero la nazionalizzazione della banca centrale per restituire la sovranità monetaria al popolo?

Molti signoraggisti sono stati semplicemente turlupinati da qualche teorico del complotto, ma si ritengono semplicemente dei militanti anticapitalisti. Sono disposti ad ammettere che la spiegazione signoraggista del sistema bancario abbia qualche imprecisione, ma la cosa che conta per loro è che l’obiettivo è lo stesso dei marxisti: abolire il capitalismo finanziario.
Tuttavia, proprio perché danno retta alle sirene signoraggiste, sono spinti verso obiettivi sbagliati. Per esempio, sono spinti a pensare che la “sovranità monetaria” sia la rivendicazione più importante contro il capitalismo. Anzi, siccome vedono che i fascisti sono molto più insistenti dei comunisti nel chiedere “sovranità monetaria” finiscono per pensare che i fascisti siano più anticapitalisti dell’estrema sinistra. Questo è uno dei motivi per cui i fascisti insistono su questo tema: farsi una verginità anticapitalista senza in realtà rompere coi meccanismi fondamentali del capitalismo.
Dare la sovranità monetaria allo Stato invece che alla banca centrale è qualcosa che può fare qualsiasi regime autoritario; lo può fare anche un regime fascista. D’altronde le banche centrali sono nazionalizzate in molti Paesi capitalisti, per esempio in Inghilterra, senza che il capitalismo sia abolito.
Anzi, più in generale si può dire che la sovranità statale sulla politica monetaria è una caratteristica normale del capitalismo moderno. Anche nei Paesi più liberisti il governatore della banca centrale decide la politica monetaria ed è nominato dal potere politico.
Quello che veramente romperebbe il meccanismo capitalistico è imporre la sovranità popolare sull’intero sistema creditizio. Significherebbe nazionalizzare tutto il sistema bancario e formare una sola grande banca nazionale sotto il controllo dei lavoratori, che non faccia più gli interessi del profitto e della rendita ma quelli delle masse. Questa è la posizione storica dei marxisti fin dai tempi del Manifesto del Partito Comunista, che nel decalogo di rivendicazioni fondamentali include proprio questa: “5. Accentramento del credito in mano dello Stato mediante una banca nazionale con capitale dello Stato e monopolio esclusivo”.

Tutti i signoraggisti sono fascisti?

No, alcuni sono soltanto mal informati. Anche Beppe Grillo e Antonio Di Pietro hanno sostenuto teorie signoraggiste.

È vero che Karl Marx era un signoraggista?

No. Tra i signoraggisti va di moda questa citazione dal Capitale: “Fin dalla nascita le grandi banche agghindate di denominazioni nazionali non sono state che società di speculatori privati che si affiancavano ai governi e, grazie ai privilegi ottenuti, erano in grado di anticipar loro denaro. […] La Banca d’Inghilterra cominciò col prestare il suo denaro al governo all’otto per cento; contemporaneamente era autorizzata dal parlamento a batter moneta con lo stesso capitale, tornando a prestarlo un’altra volta al pubblico in forma di banconote. Con queste banconote essa poteva scontare cambiali, concedere anticipi su merci e acquistare metalli nobili. Non ci volle molto tempo perchè questa moneta di credito fabbricata dalla Banca d’Inghilterra stessa diventasse la moneta nella quale la Banca faceva prestiti allo Stato e pagava per conto dello Stato gli interessi del debito pubblico”.
I signoraggisti vedono uno di loro in chiunque parli male delle banche, del debito pubblico e del rapporto ambiguo tra sistema bancario e Stato.
La citazione di Marx è molto interessante, spiega per l’appunto come si sia verificata sin dall’inizio dell’era capitalista una fusione tra le banche centrali e lo Stato. Questo è proprio il contrario di quel che dicono i complottisti del signoraggio, i quali ritengono che lo Stato sia “sfruttato” dalla banca centrale che riceve il pagamento degli interessi sul debito pubblico; nella citazione che è stata fatta, Marx spiega come la Banca d’Inghilterra “pagava per conto dello Stato gli interessi del debito pubblico”.
Ai tempi di Marx d’altronde il denaro era convertibile in oro, quindi non c’era signoraggio nel senso odierno del termine. Per i complottisti del signoraggio è proprio la possibilità di battere moneta non convertibile in oro a creare i favolosi arricchimenti delle banche centrali ai danni degli Stati.

È vero che Duisberg ha ammesso l’esistenza del signoraggio?

Nessuno ha mai negato l’esistenza del signoraggio. Quello che si nega è che funzioni come dicono i signoraggisti.
Il Natale esiste per tutti, ma non tutti credono a Babbo Natale.

È vero che … [un nome famoso qualsiasi] ha ammesso l’esistenza del signoraggio?

Vedi domanda precedente.
Il signoraggio è menzionato anche nel sito ufficiale della Banca d’Italia e si parla di questo argomento in tutti i parlamenti del mondo; se è un complotto segreto, è il peggiore complotto segreto mai organizzato.
È più difficile trovare articoli come questo che smontino il signoraggismo che articoli, libri e opuscoli che lo sostengono. Numerosi uomini politici anche di governo hanno sostenuto le tesi complottiste sul signoraggio. Quasi verrebbe da credere che il vero complotto sia quello dei signoraggisti!

Gli euro sono di proprietà della BCE e ogni anno la BCE mette a bilancio gli interessi fruttati sugli euro in circolazione. Questo significa che ogni euro è un debito con la BCE?

Per capire l’entità dei redditi da signoraggio della BCE, nel 2011 la quota dell’8% sulle banconote in euro ha fruttato alla Banca Centrale Europea 856 milioni. Questi redditi sono indicati a bilancio come “interessi”. Da questo fatto è sorto l’equivoco che una banconote sia una specie di cambiale verso la BCE e che quindi tutti i cittadini solo per il fatto di possedere del denaro le paghino un interesse annuo. Questa dottrina strampalata è conosciuta in ambienti signoraggisti come “teoria della moneta-debito”.
La spiegazione è molto più semplice. Quando una banca centrale immette nuova moneta in circolazione, non butta mazzette di banconote da un elicottero: usa il denaro “creato dal nulla” per comprare qualcosa, tipicamente dei titoli finanziari. Poniamo che la BCE decida per esempio di acquistare titoli dal valore nominale di 100 milioni, che danno un rendimento annuo del 10%: metterà a bilancio un passivo di 100 milioni di euro (i soldi pagati a chi le ha venduto i titoli), all’attivo 100 milioni di titoli e per tutti gli anni successivi un reddito di 10 milioni di euro. L’articolo 32 del trattato istitutivo della BCE prevede che questi redditi siano redistribuiti all’interno del sistema delle banche centrali dell’eurozona secondo percentuali stabilite: “L’importo del reddito monetario di ciascuna banca centrale nazionale è pari al reddito annuo che essa ottiene dagli attivi detenuti in contropartita delle banconote in circolazione e dei depositi costituiti dagli enti creditizi. […] La somma dei redditi monetari delle banche centrali nazionali viene ripartita tra le stesse in proporzione alle quote versate di capitale della BCE”. fonte
In realtà, dunque, una banconota da cento euro nelle nostre tasche è veramente, in un certo senso, una cambiale, ma una cambiale della BCE di cui noi siamo creditori. Originariamente, le banconote erano convertibili in oro presso la banca che le aveva emesse. Oggi non è più così, ma le banche centrali (e quindi, gli Stati) garantiscono comunque che quelle banconote potranno essere scambiate con altre merci o con dei titoli. Siccome la BCE si impegna ad accettare gli euro come forma di pagamento, per la BCE ogni euro in circolazione è un pagherò con la firma del suo governatore.

Senza il signoraggio esisterebbe il debito pubblico?

Abbiamo visto che i redditi da signoraggio vanno allo Stato. Quando uno Stato è molto indebitato, la banca centrale può essere indotta ad immettere denaro nell’economia generando redditi da signoraggio. Dire che il signoraggio è la causa del debito pubblico è come dire che le sciarpe sono la causa dell’inverno.

E allora come mai c’è il debito pubblico?

Perché gli Stati spendono più di quello che guadagnano. Anche le famiglie o le imprese lo fanno, ma solo gli Stati si indebitano sistematicamente così tanto. Il motivo è semplice: chi diventa creditore di qualcuno, lo controlla. Uno strozzino può far fare quello che vuole al suo debitore, anche cedergli la casa; fino a qualche secolo fa un debitore insolvente poteva legalmente essere fatto schiavo del suo creditore. Una banca può arrivare a controllare un’impresa tramite il credito; di fatto, è in questo modo che le banche controllano buona parte dell’economia. Col debito pubblico il capitale finanziario può ricattare il potere politico e dirigerne le azioni; lo abbiamo visto molto bene con la crisi “dello spread” in Italia, che ha permesso ai rappresentanti del potere bancario italiano ed europeo di conquistare il governo del Paese.
Siccome uno Stato ha molte risorse per recuperare denaro (può cambiare le leggi, può usare la polizia e l’esercito, può confiscare proprietà private), prestare soldi ad uno Stato molto indebitato è più sicuro che prestare soldi ad un individuo molto indebitato. Le bancarotte degli Stati superindebitati (default) sono frequenti ma non così frequenti come quelli delle aziende indebitatissime, e anche durante un default si possono strappare molte cose ad uno Stato insolvente, come si vede con le condizioni durissime imposte dall’Europa e dal Fondo Monetario alla Grecia per consentirle la ristrutturazione del debito.
L’indebitamento scriteriato ha permesso al capitalismo di vivere sopra le sue possibilità per decenni, vincendo la competizione con l’Unione Sovietica e i suoi satelliti. Come sarebbero finite le grandi lotte operaie e studentesche degli anni Settanta se l’economia di mercato non avesse garantito un apparente miglioramento delle condizioni di vita delle classi subalterne? Quel miglioramento è stato possibile ipotecando il tenore di vita delle generazioni future tramite una massa gigantesca di debito; oggi c’è da pagare il conto. Chi lo pagherà?