San Pietroburgo, 1905

1.

Lo si ricorda proprio carasciò, quell’anno lì. Sguarate gli uchi.
Fu l’anno della gran smerdata finale coi giappi. Già il Quattro avevamo buscato una sporta di festate sulle mele, ma ancora ci si sperava un poco. Il Cinque a crederci che vincevamo la guerra erano rimasti solo lo zar di Tutte le Russie e di Nessuna Giapponia e la zarina crucca e menagrama.
Che lo scazzo coi giappi buttava male si capiva già da ottobre del Quattro quando i nostri fucilieri di marina beccano un peschereccio anglisco al largo dell’Angliterra con sopra, naturale, un bel mazzo di anglesi sulla rotta del baccalà; i nostri sono così svicci di acquetta che li prendono per la Marina Imperiale Giappa, nientedimeno, e ci spiombano sopra. Secchiamo tre anglesi con la lenza ancora in mano, a re Giorgio girano le mele come una giostra viennese e per dispetto dice a Nicoglione II che d’ora in poi i russi per bazzicare la Giapponia meglio se fanno il giro lungo, ché da Suez non si passa più. Arrivano a maggio del Cinque!
Prima si pensava che i giappi erano un nemico da ridere, pescivendoli arricchiti comandati da una specie di faraone frocio. Ci contavano su che dietro i giappi c’era l’oro dei loro drughi ebrei di Londra e di Nuova York, ma noi avevamo il sangue, l’onore, le icone, i santi e tutti i controcazzi. Noi, biondi e forti come dei sangiorgi, contro quei samurai rammolliti e avari, asiatici e giudei. Ma d’inverno, con la flotta baltica ancora a spellarsi di seghe in Madagascar e i giappi a festarci il contropelo, ci si luma in faccia e non si può più far finta: gli sfigati siamo noi.
Una domenica a Piter capita il macello che san tutti e ci vuol poco a tirar le somme: Nicoglione Romanov, oltre a mandarci fino in Corea a fare i piattelli per il tirassegno giappo, ci fa fare anche i bersagli mobili sotto la Colonna di Alessandro per insegnare la mira ai milizi. Avevano un bel dire, e sbirri e popi e nobilardi, che gli operai erano pagati dai musi gialli e dai rabbini anglischi per farci perdere la guerra. I giappi manco se ne fottevano, erano troppo presi ad affondarci le navi, e più si spandeva merda sugli operai più ci giravamo di cazzo e scioperavamo. Tanti scioperi non se ne erano mai lumati prima, c’era una storiella così:
«Ho saputo che Gorkij chiede la giornata di sette ore, invece di otto», dice un socialista nella storiella.
«Traditore!», dice l’altro socialista, «lo fa per toglierci un’ora di sciopero».
La rivoluzione era lì lì. E se le menate sulla Madre Russia in Russia-Russia se le cagavano ormai quasi solo i bifolchi, figurati tra i polacchi o tra i lituani. Probabilmente c’era più gente che teneva per lo zar tra i nobilardi di Tokio che nelle fabbriche di Varsavia. Mutinamenti dappertutto, e di là a poco sbucò fuori il soviet di Piter.
Ma già da prima c’era quelli che non si tenevano.

2.

Era una notte di maggio a San Pietroburgo.
Il suo nemico si faceva chiamare Petruška, cioè Prezzemolo, come il burattino del folklore.
Eccolo: girava davvero vestito da Petruška, con la giubba rossa da contadino col collo alto e gli sbuffi alle braccia. Occhioni scuri, ciuffi biondi e naso aquilino li aveva di natura, come le gote rosse da bevitore. Teneva un randello laccato alla cinta, ma spesso lo sganciava e ci giocherellava, lo roteava o se lo passava dietro la schiena.
Al costume tradizionale aveva aggiunto particolari inquietanti che imponeva anche alla banda che capeggiava. Portavano stivaloni scuri sopra i pantaloni e una specie di parainguine vistoso e volgare. Si truccavano solo l’occhio destro cerchiandolo di nero e disegnandoci con accuratezza delle finte ciglia. Questo vezzo bislacco strideva con l’apparenza complessivamente plebea che sembrano volersi dare e del resto i capi di queste bande facevano un punto d’onore della propria raffinatezza in fatti di vino e donne, parlavano mescolando francese e russo e partecipavano, talvolta anche conciati a questa maniera, ai ricevimenti serali della nobiltà zarista, dove amavano dare scandalo e suscitare ammirazione con racconti truculenti di linciaggi e spedizioni punitive.
Passò da un ponticello sulla destra, scortato da tre dei suoi. La banda di Petruška pattugliava certe zone della capitale dove i sovversivi non osavano farsi vedere. Una luce a gas illuminava il canale e lasciava intuire i contorni dei palazzi barocchi e le loro facciate rosa e azzurrine.
A sinistra, sul marciapiede al lato di una bottiglia di vodka, c’era un fagotto nero. Il fagotto fece un piccolo movimento e dai cenci spuntò una maschera candida con un lunghissimo naso. Petruška si fermò di colpo e gli scagnozzi andarono a sbattergli contro uno dietro l’altro. Si avvicinò spavaldo al fagotto nasuto, roteando la clava con grazia, come fosse una canna da passeggio.
«Chi sei, puzzone mascherato?».
«Sono un povero» rispose una voce da dietro la maschera, «anzi, sono molti poveri».
«Pezzente, è il tuo naso vero questo?».
«Con un naso così lungo, dev’essere un giudeo» disse Petruška. I suoi compari sghignazzarono di gusto.
«Dovrebbe stare al fronte!» disse il primo con voce cavernosa.
«O in galera!» disse il secondo con voce da tonto.
«Lo zar non ama i fancazzisti, insegniamoci a essere un vero russo» disse il terzo con voce stridula.
Il fagotto si alzò e fece un passo avanti, ma non verso i quattro monarchici: verso un uditorio invisibile. Era molto alto, aveva le spalle larghe e sembrava nascondere qualcosa sotto gli stracci. Iniziò a parlare come se stesse facendo un discorso, cambiando accento e intonazione a ogni battuta.
«Noiosi! Che insulti son mai questi? Potevate fare di meglio.
Alla maniera di Nicola Gogol: “Signor naso, l’umano dietro di Voi è troppo piccolo”.
O dell’ataman dei cosacchi del Don: “Se Vi trovate a Costantinopoli, non guardate da questa parte o saremo costretti a difendere la Crimea dal Vostro sconfinamento!”.
O dell’ammiraglio della marina russa: “Abbassate quell’arma, per carità! Mi arrendo”.
O del deputato socialista al soviet: “Vi sembra forse giusto che un singolo individuo abbia più naso di cento operai?!”.
O di re Giorgio d’Inghilterra: “Altro che l’Africa! La prossima volta che mi fate arrabbiare vi costringo a circumnavigare questo naso”.
O di Carlo Darwin: “Ecco un esemplare di una nuova genia di marinai russi con una proboscide-periscopio per respirare sott’acqua. Si sono adattati al loro nuovo habitat: il fondale del Mar del Giappone!”.
E poi gli ebrei hanno il naso curvo, mica lungo. Noi ebrei abbiamo il naso curvo, proprio uguale al tuo, Petruška. Chiedi a tua madre come mai. Forse preferiva il curvo al lungo».
Petruška finalmente reagì: scattò in avanti agitando la mazza, ma a sorpresa anche il misterioso nasone sfoderò un bastone lungo, sottile e ben rifinito, con al posto del pomello una testolina di cervo in metallo. I due si scambiarono colpi e parate duellando come schermidori con queste caricature di spade, poi si fermarono ansimando. Gli scagnozzi erano impietriti.
«Cosa fa uno straccione come te con un bastone da aristocratico?» disse Petruška sputando.
«È un messaggio in codice» ribatté l’altro, «vuol dire che tutti i signori sono dei gran cornuti».
«Taci!».
«Lo vuoi tu? Prendilo pure» disse il mascherato, lanciando il bastone a Petruška che, stupito, lo agguantò al volo. «Io sono Scaramouche, e preferisco questa!».
Tutto avvenne in un attimo: Scaramouche tirò fuori da chissà dove una bomba che sembrava quella dei disegni satirici sui giornali: tonda e nera, con una grande miccia accesa che eruttava scintille. La lanciò tra i suoi nemici e si sentì un botto; un fumo colorato riempì la strada.
Petruška giaceva esanime, come ripiegato su se stesso, con l’osso del collo spezzato e la testa appoggiata innaturalmente su una spalla. Quelli della sua banda erano caduti giù nel canale disarticolati come dei pupazzi.
Il pubblico rise e applaudì. Un uomo però si alzò infuriato dalle sedie in fondo: «Adesso basta!».

3.

Già ve lo si è detto dei mutinati, e degli scioperati, e di quelli che non si tenevano e buttavano le bombe ai nobilardi e agli sbirri e ai centoneri, ma erano passati mesi ed erano comparsi delle speci di soviet pure da noi a Piter. Agli Stituti di Tecnologia s’era fatta una riunione che aveva dato la sciolta a tutta la corte, e come niente fosse fior fiori di ex siberiati e terroristi che s’erano fatti diverse pasque alla Fortezza di Pierpaolo parlavano coi delegati delle fabbriche e capacissimi che noi li si eleggeva pure in presidenza. Alle riunioni venivano i veterani delle officine Putilov, ma anche tipografi, ferrovieri, arsenalotti che facevano armi pronte pronte per farci perdere la guerra e via dicendo. Gli unici che ancora ci cagavano pochissimo erano i cafoni, che nelle baracche fetenti tenevano sul camino senza legna il ritratto dello zar tra le icone. Ma noi eravamo la capitale, la sua classe operaia con due mele tante, e al diavolo i bifolchi. Al diavolo anche Mosca se non si dava una svegliata.
Il 17 di ottobre Nicoglione II se l’è intagliata che avanti di quel passo erano seri cazzi da cagare per tutta l’autocrazia millenaria. Il damerino ci capiva poco e una sega di robe politiche, era venuto su a balli e caccia all’orso e si credeva ancora di fare la guerra con Napoleone, ma qualchedunaltro con più sale nella giuliva deve averci fatto il riassuntino e spiegato che la rivoluzione francese ormai ce l’aveva da dentro e non da fuori. Ed è ben per questo che aveva bisogno di un sistema per mettere i giacobini da una parte e i girondini da quest’altra, se non voleva che se la sbrigavano poi tra loro come in Francia dopo aver fatto canestro con la sua augusta giuliva baffuta. I giacobini, si intende, erano i sovversivi delle varie sette socialiste che noialtri da qualche mese seguivamo adoranti a tutti i comizi, manco fossero il rimpiazzo dell’icona della Madonna di Kazan. I girondini erano i kappa-dì, i liberali, gli industriali, che ci stavano sul culo i socialisti e gli operai scioperati forse anche di più dello zarismo.
Ed è così che è spuntato il Manifesto di Ottobre. In pratica c’era scritto che lo zar restava zar, i giappi restavano nemici, ma a pensarci meglio una mezza costituzione ce la si meritava pure noi. Non vi immaginate che balagan vien fuori. Certuni dei kappa-dì, dove la kappa sta proprio per “costituzionale”, si fanno dei segoni a due mani in piazza dicendo che la rivoluzione aveva vinto, la Russia era libera e in pratica era quasi una repubblica, di non rompere più il cazzo e viva lo zar. Certaltri nasano la mezza inculata ma comunque in piazza si scende uguale a lanciare berretti e brindare ad acquetta. Socialisti e anarchisti invece fanno i presi male, dicono che il Manifesto è carta da culo e per chiarire la cosa Trotskij ci si pulisce proprio le chiappe davanti a tutti da un balcone.
Noi si era divisi, i discorsi socialisti erano carasciò ma c’era il problema che ‘sti scioperi non finivano mai e invece i copechi erano finiti da un pezzo. E poi c’era una gran voglia di dire che avevamo vinto, per una volta. Mica si può sempre sgrullarsi la giuliva e dire che non va, si sa che a stare in Siberia poi si torna intristiti, ma se si può evitare di finirci proprio, in Siberia o al camposanto, meglio. No?
Al soviet il tipo di scazzi erano questi, se proseguire o no e per come e per cosa. Intanto i centoneri, che non si sa com’è, ma senza soviet e senza discutere un cazzo capiscono sempre al volo come butta per loro, mentre gli industriali festeggiavano che la Russia era diventata civile e democratica e costituzionalissima, alzano la cresta: pogrom e mazzate tipo pioggia di merda. A una devoccia nel Donbas mettono in gola tutta intera una bandiera rossa e la fan crepare così, allo spiedo, e alla mamma ci dicono che è andata bene che non ce l’hanno ficcata da un’altra parte. I giudei se la passano peggio di tutti: negozi e case fatte arrosto per dare il benvenuto alla nuova Duma dello zar, e lo zar da parte sua sta muto e lascia fare, quando non manda i milizi ad aiutare direttamente…

4.

La comitiva socialista tacque per buona parte della camminata, ciascuno immerso nei propri pensieri.
«Che peso la riunione stasera» disse Darja accelerando il passo e soffiandosi nei guanti. Il viso pallido della giovane funzionaria di una fazione del partito socialdemocratico era arrossato dal gelo e ciuffi di capelli neri le spuntavano dalla sciarpa.
«Ma davvero» rispose corrucciato Viktor, un ometto grassoccio che apparteneva al gruppo di Gorkij.
«Basta vedere gli scleri che ha portato nel soviet per capire che ‘sto manifesto è una fregatura» disse un altro a un certo punto, ma tutti erano stanchi di parlare di politica.
«Arriveremo al teatro di balagan a spettacolo finito».
«Se mi fate gelare fino lì e non posso neanche fare il comizio finale, è la volta che m’incazzo».
Attraversarono un ponte, lasciandosi alle spalle la San Pietroburgo elegante per addentrarsi in una zona più popolare. I lampioni erano tutti spenti o rotti a sassate e mucchietti di neve sporca ingombravano i marciapiedi.
«Ecco, a proposito…» mormorò Viktor indicando una scritta enorme su un muro grigio, tracciata nel cirillico lezioso e al tempo stesso solennemente asiatico dei mosaici delle chiese. Diceva:

TROTSKIJ EBREO

I socialisti si guardarono l’un l’altro scuotendo la testa.
«Il vento sta cambiando di nuovo» commentò Grigorij.
Darja fece una corsetta quasi infantile, raccolse un calcinaccio da terra e grattò il muro di fianco alla scritta incidendo una chiosa:

MA VA’?

Tutti risero. Lei si tolse il cappello di pelo e fece un inchino.

5.

«Adesso basta!». L’uomo che aveva urlato interrompendo il burattinaio del Piccolo Teatro delle Tute Blu era vestito da operaio come lui. Non aveva però la faccia infarinata di biacca.
Nella vecchia sala da ballo abbandonata e occupata fin dai primi giorni della rivoluzione da un comitato di artisti poveri, tutto il pubblico, facendo correre lo sguardo tra l’uomo sul palco e il suo contestatore, si chiedeva cosa succedesse. Cento persone almeno tra adulti e bambini erano stipate nel gelido teatro improvvisato. Il burattinaio ostentava sicurezza e con la mano destra fece fare un inchino alla marionetta di Scaramouche dentro il teatro di cartapesta. Con la sinistra fece risorgere la marionetta di Petruška e le fece fare un saluto militare. Gli altri burattini erano caduti giù dal palchetto durante la scena dell’esplosione.
Il burattinaio in tuta blu sorrise istrionicamente: «Questo teatro popolare è aperto al dibattito democratico. Cosa non vi è piaciuto di questa avventura di Scaramouche, compagno?».
«Prima roba non chiamarmi “compagno”» ringhiò lui, e ad alcune famiglie presenti questo bastò per capire la mala parata e cercare l’uscita. «C’è mica da ridere sull’uccisione di Petruška, e quel pagliaccio che l’ha ammazzato era un terrorista».
«Per molti è più di un eroe» rispose spavaldo l’uomo sul palco e diversi spettatori, che si erano alzati dalle sedie, diedero man forte a voce e gesti.
«Ma te che fai il buffone in tuta blu, in fabbrica ci sei mai stato?» insistette il contestatore.
Gli fece il verso: «Prima roba non chiamarmi “buffone”: sono un giullare».
Un ragazzo biondo alto e grosso si alzò dalle prime file: «E io invece sono operaio come te. Delle Putilov. Che cazzo vuoi adesso?».
Pochi avevano notato una fila di uomini vestiti uguali a fondo sala. Avevano stivali scuri che sbucavano da sotto la palandrana e l’occhio destro cerchiato di nero. Il contestatore fece un cenno e quelli estrassero un bastone laccato ciascuno imponendo il silenzio. L’uscita era bloccata dagli energumeni.
«Forse non ci siamo capiti. Noi non abbiamo piacere che sovversivi giudei scherzino sull’uccisione del nostro capo. E ora vi suggerisco di pregare».
In un istante fu l’inferno. I vendicatori di Petruška menavano colpi in tutte le direzioni, la folla cercò di arrampicarsi sul palcoscenico per fuggire seguendo il burattinaio che era corso via dietro le quinte, ma tre della banda erano balzati là e ricacciavano tutti giù a bastonate in faccia. Sembrava una tonnara, e mentre le donne e i bambini strillavano uno prese un fiammifero e diede fuoco alle marionette e alla cartapesta del teatrino. Le fiamme avrebbero divorato presto tutto l’edificio.
Quello della Putilov fu bloccato da dietro e mentre si divincolava un altro lo bastonava sulle ginocchia, ridendo. D’improvviso si sentì una voce imperiosa: «Centoneri di merda!». Tutti guardarono verso l’alto e nel fumo e nella confusione, arrampicato su un armadio, si stagliava una figura orgogliosa e mascherata. Era vestito all’europea, aveva un mantello scuro e una pistola in mano, il volto coperto da un secondo volto posticcio, bianco latte, con un lungo naso.
Scaramouche, quello vero, aprì il fuoco sui suoi nemici.

6.

Il gendarme parlava con il capobanda: «Capisco che vi siate sentiti offesi da questo spettacolo ed era vostro diritto reagire, ma adesso diamoci tutti una calmata. Non conviene esagerare».
«In alto non vi faranno problemi per le nostre attività, comandante. Non vi mettete di traverso».
Il poliziotto rise: «Macché di traverso. I rossi li annegherei tutti in Neva».
Una ragazza in lacrime scappò zoppicando dopo essersi gettata dall’edificio in fiamme. I vestiti strappati e bruciacchiati scoprivano le gambe.
«Le devocce giudee sono fighe, a volte» commentò l’uomo in uniforme. Gli uomini scampati al rogo venivano percossi duramente e se reagivano finiti a coltellate, ma le donne erano risparmiate.
«Ecco, su questo…» disse l’altro, «nel pubblico erano presenti molti noti ebrei e i miei uomini vogliono dare un segnale alla lobby che li sostiene».
«Parlate di negozi, case… o cosa?».
«Pensavamo negozi qua della zona».
«Siamo a Piter, mica in Ucraina; non dimenticatelo e spiegatelo ai vostri uomini».
Il pogromista avrebbe voluto lamentarsi ma in quel momento la sua attenzione fu attirata da qualcosa di più interessante. Cinque dei suoi giunsero trascinando e spingendo a calci e bastonate un uomo col mantello. Uno di loro con un ghigno sventolò la maschera col nasone davanti alla faccia del gendarme: «Ho l’onore di comunicarvi che abbiamo catturato il terrorista giudeo Scaramouche».
«Morte allo zar» mormorò il prigioniero, con la bocca impastata di sangue e l’odio negli occhi pesti.
«Morte a te, coglione» disse il capobanda tirandogli uno schiaffo violento.
«E impara a sparare» aggiunse un altro sputandogli in faccia.

7.

«Due minuti prima ed eravamo là dentro pure noi».
«Sst! Qua siamo al sicuro. Fate silenzio!».
«Cosa vedi?».
«Vi dico che è lui! Ha la maschera e tutto… Non vogliono lasciarlo agli sbirri».
«Lo linceranno».
«Merda».
Darja scivolò indietro nel vicolo cieco, le pupille dilatate dalla paura e dalle fiamme. «Sono in due. Stanno venendo qui» bisbigliò velocissima, «con una corda».
Cinque socialisti misero la mano sotto il cappotto. Darja impugnava già l’arma. Caricarono le loro piccole rivoltelle. Tutto il gruppo dei rivoluzionari se la stava facendo sotto.

8.

Era avvolto in una specie di sudario rosso. Ma era vivo.
«Dove sono?».
«Siamo a Vyborg, state tranquillo» disse Viktor.
Il faubourg Saint-Antoine della rivoluzione russa: non c’era posto più sicuro di quello per un sovversivo.
L’uomo che si travestiva da Scaramouche sanguinava da molti punti e le bende non lenivano il dolore. Il sudario non era un sudario: era uno striscione. Il colore era ottimo per camuffare le emorragie.
Ricordava ben poco del suo salvataggio in extremis.
«Quando il nostro Dostoevskij dei poveri si riprende, chissà quanti libri scriverà sul cappio che s’è scampato; ma non sarà contento della merda in cui sta finendo la rivoluzione» disse Viktor sfogliando un giornale di sole quattro pagine scritte fitte fitte.
«Quando il nostro Gorkij dei poveri, cioè Voi, smette di lamentarsi, gli insegnerò che la rivoluzione ha i suoi tempi» rispose Darja.
Viktor continuò la polemica nella sua mente; se c’era una cosa che non sopportava era l’ottimismo in una situazione così tragica. Se il trono degli zar era sopravvissuto alla rivoluzione del Cinque, probabilmente era davvero invincibile. Sospirò e scosse la testa.


Questo è il mio contributo a Tifiamo Scaramouche, una raccolta di racconti in quattro volumi che possono essere scaricati liberamente in formato PDF sul sito dei Wu Ming.

Si tratta di fan fiction, ossia opere derivate scritte dai fan. In questo caso siamo stati noi appassionati dei romanzi di Wu Ming a scrivere un numero smisurato di racconti basandoci sull’immaginario de L’armata dei sonnambuli, il romanzone storico del collettivo uscito nel 2014 per Einaudi. Quel romanzo parla della Rivoluzione Francese, mentre questo raccontino parla della Rivoluzione Russa, ma non quella del 1917, bensì quella, fallita, che la precedette pochi anni prima.

Sono particolarmente legato a questo esperimento narrativo collettivo per varie ragioni; in primo luogo perché vi ho partecipato col racconto che ho incollato qua sotto; in secondo luogo perché è la terza raccolta di questo tipo (“Tifiamo qualcosa”) spuntata attorno ai Wu Ming e la prima (Tifiamo Asteroide) l’ho curata e regolamentata io; in terzo luogo perché ho proposto io di farla ed ero presente anch’io al momento magico, che è capitato in effetti nel mio salotto, in cui io e i miei due compari abbiamo ideato le regole che poi sono state adottate come vincoli da rispettare per entrare nella raccolta. Tra queste regole, c’è quella del lustro, ovvero che ogni racconto “copre” un lustro diverso della storia, ficcandoci dentro Scaramouche.

A curare la raccolta è stato Simone Scaffidi L., con cui tempo fa ho avuto il piacere di condividere una cena in una terra di confine. Ha fatto un lavoro ciclopico che ha condotto al risultato eccezionale che potete vedere scaricandovi questi quattro ebook, uno per ogni secolo:

Devo però aggiungere che sono anche particolarmente affezionato al mio piccolo contributo. Ho curato i dettagli di questo testo e i riferimenti più di quanto riesca solitamente a fare quando scrivo, e se magari l’esito è stato scarso, contiene tante cose che volevo proprio dire e dirle proprio così. Quasi ogni parola, anche quelle in quello strano gergo che ricorda il russo, è stata messa in quell’esatto punto per una ragione che quando l’ho fatto mi sembrava buona; immagino che sia così che si sentano gli scrittori veri, anche se fatico a immaginare sia possibile tenere questa tensione per un intero libro: provarci per poche pagine è stato parecchio impegnativo, ma inebriante.

Buona lettura.