«Potremmo vedere avanzare delle bolle. Una è la bolla delle criptovalute, la seconda è la bolla dell’intelligenza artificiale e la terza sarebbe la bolla del debito»: così Borge Brende, presidente del World Economic Forum, ha riassunto le preoccupazioni della borghesia sulle minacce finanziarie che incombono sull’economia mondiale.

Le bolle delle criptovalute e dell’IA

Il Bitcoin ha avuto un revival artificioso in coincidenza con la vittoria di Trump, che prometteva un’era d’oro delle criptovalute attraverso nuove leggi e misure estremamente favorevoli a uno sviluppo senza controllo di questo settore essenzialmente basato sull’aria fritta, sulle truffe, sul crimine internazionale e sull’evasione fiscale. Dopo aver superato la soglia dei 100mila dollari 5 dicembre 2024, il Bitcoin ha oggi enormi oscillazioni verso il basso, com’è inevitabile per la sua natura speculativa. Altro che “libera moneta del futuro”: il suo andamento resta dipendente dagli alti e bassi dell’economia e della politica USA.

I recenti sviluppi dell’intelligenza artificiale, che hanno senz’altro una base in effettivi passi avanti tecnologici, non giustificano comunque questo livello scriteriato di investimenti in modelli linguistici sempre più ambiziosi ma anche sempre più costosi in termini di energia. Nvidia, la società californiana che produce la maggior parte dei chip necessari, sta cavalcando l’onda finanziando generosamente i data center Oracle che acquisteranno i chip Nvidia; in questo modo la sua capitalizzazione è cresciuta smisuratamente, ma è un caso da manuale di come si crea una bolla.

OpenAI (di cui Microsoft è azionista e partner), l’azienda che fa ChatGPT, ha a sua volta stretto accordi con Nvidia e ora anche coi suoi concorrenti AMD, con lo stesso meccanismo che si autoalimenta: ciascuno finanzia i propri principali clienti, in un mercato sempre più accentrato tra pochi giganti, che hanno dimensioni che gli permettono di avere a libro paga politici, opinionisti, scienziati, tutti impegnati a fomentare la convinzione che l’IA sia paragonabile a una nuova rivoluzione industriale. Tutto il circo resta in piedi finché qualcuno non comincerà a far notare che la crescita degli utili non potrà mai tenere il passo. E a quel punto, la bolla scoppia.

La bomba a orologeria dello shadow banking

Previsioni catastrofiche sulla bolla del debito si sono fatte frequenti a partire da metà settembre 2025, quando in rapida successione hanno fatto bancarotta Tricolor e First Brands, due società che operavano nello shadow banking.

Lo shadow banking, cioè il sistema creditizio parallelo, è costituito da quelle entità che, senza essere banche, svolgono un ruolo analogo come fornitrici di credito; usa canali solitamente legali, ma non regolati come il sistema bancario. Questo è il settore finanziario messo sotto accusa per la crisi dei mutui subprime nel 2007-2009; in quel caso erano mutui sulla casa a forte rischio insolvenza, impacchettati in prodotti derivati che ne offuscavano la scarsa qualità.

Obama aveva promesso di dare una regolata al Far West finanziario, ma gli interventi legislativi non hanno eliminato lo shadow banking, che è ancora un settore da migliaia di miliardi di dollari; anzi, imponendo restrizioni e controlli al sistema bancario ufficiale, hanno mantenuto quello spazio di mercato per il credito rischioso che solo il sistema parallelo poteva soddisfare. Questo conferma la nostra posizione: sono illusorie le misure riformiste per mettere le briglie agli “eccessi” del capitalismo.

Stavolta il problema è nel mercato automobilistico, in sofferenza per l’inflazione e per un declino ormai decennale delle vendite. Ciò alimenta i mercati delle auto usate, dei pezzi di ricambio e dei finanziamenti all’acquisto, perché molte famiglie USA non possono permettersi un’auto nuova senza indebitarsi.

Tricolor, oltre a vendere auto nuove e usate, era specializzata in finanziamenti ad alto rischio (subprime), cioè a famiglie che forse non li ripagheranno. Le carte fatte firmare frettolosamente (spesso gli acquirenti erano cattivi pagatori e molti addirittura senza patente) erano a loro volta usate da Tricolor come garanzie per ottenere un flusso enorme di finanziamenti, su cui l’azienda aveva costruito un impero. Di frequente Tricolor ha riutilizzato lo stesso credito come garanzia verso due banche diverse; con questo meccanismo fraudolento, anche il recupero parziale dei crediti è diventato impossibile, trasmettendo il contagio.

First Brands si occupava invece del commercio di parti di ricambio, mercato su cui aveva ottenuto una posizione importante mediante una serie di acquisizioni finanziate con un meccanismo simile. Qui il trucco era ottenere anticipi sulle fatture, una tecnica che solleva qualche problemino se le fatture sistematicamente non vengono pagate. Per non farsi mancare niente, anche First Brands riutilizzava la stessa fattura su diverse linee di credito: i vantaggi della finanza sregolata. Al momento della bancarotta, la sproporzione tra attività e passività era stimata ad almeno 1 a 5, con un buco di decine di miliardi.

L’esposizione delle banche di investimento verso questi capitalisti giocatori di prestigio era notevole (la svizzera UBS: mezzo miliardo verso First Brands). Questi fallimenti sono visti come il sintomo di problemi più profondi, le avvisaglie dello scoppio di una bolla.

La resa dei conti

Le nostre tesi centrali sono:

  1. L’attuale boom delle borse USA è insostenibile e non è coerente né con le basi dell’economia americana, tutt’altro che sane, né con la situazione di enorme instabilità interna e internazionale (dazi, guerre).

  2. Una seria “correzione” (leggi: crollo) è probabile, forse imminente.

  3. L’esposizione dei risparmi delle famiglie americane al mercato azionario renderà tale correzione molto dolorosa.

  4. Visto il livello del debito pubblico, difficilmente l’impatto del crollo potrà essere gestito come in passato.

  5. Alla fine, ciò avrà profonde ripercussioni a livello globale.

Combiniamo queste prospettive con la radicalizzazione in corso nella gioventù e tra fasce sempre più ampie di lavoratori, che si è espressa nelle lotte per la Palestina e nelle cosiddette “rivolte della Gen Z” e si manifesta anche in exploit elettorali come quello di Mamdani. Ci aspettano tempi di enorme instabilità politico-economica e di crescente insofferenza delle masse per le assurdità del capitalismo. Sono i tempi per cui noi comunisti rivoluzionari ci stiamo preparando.


Questo articolo è stato pubblicato su Rivoluzione n° 123.